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L’incanto Del Rifugio – Di Enrico Camanni

Rifugio Quintino Sella al Lago Grande di Viso
Rifugio Quintino Sella al Lago Grande di Viso

“Tutta quella sterminata notte carica d’abissi – scrive lo scrittore francese Samivel – ruotava intorno alla minuscola conchiglia di latta dove riposavano gli uomini. Là dentro c’era uno spazio addomesticato, ancora fremente di gesti umani… Nient’altro che cuori amici, una particolate tenerezza delle cose fatte per essere usate dall’uomo… La capanna navigava, come un’arca carica di tepore e di vita, tra le lunghe onde del silenzio e della morte”.
È l’immagine romantica del rifugio alpino, quando l’alpinismo ha già cambiato il senso delle montagne. Per i cacciatori e i pastori che per millenni hanno attraversato le Alpi, rifugio era soltanto uno spiovente di granito per difendersi dal temporale o un tetto di calcare dove far riposare le greggi. Per le milizie romane costrette loro malgrado ad affrontare le montagne, rifugio era un ricovero militare sulle vie degli eserciti, luogo coatto da abbandonare al più presto per ritrovare vera protezione in pianura. Poi viene l’alpinismo e il rifugio diventa un’altra cosa.

“Varrà la pena di descrivere quella capanna, quel rifugio così importante per noi – annota Horace Bénédict de Saussure dopo il tentativo di ascensione al Monte Bianco del 1785, lungo la via del Goûter –. Era larga all’incirca otto piedi su un lato e sette sull’altro, e alta quattro. Era chiusa da tre muri e la roccia contro cui si appoggiava faceva le veci del quarto…”.

La capanna-rifugio della Pierre Ronde non risponde più a esigenze militari o religiose, e non ha niente da spartire con le antiche consuetudini di solidarietà verso i viandanti. È stata ideata – per usare ancora le parole del Saussure – “perché la gente del posto non crede che ci si possa azzardare a passare la notte su quelle nevi”. Oltre il limite umanizzato dei pascoli, oltre la ragionevole soglia di sopravvivenza degli ultimi fiori, il buio fungeva ancora da detonatore per le angosce ancestrali dei montanari.

Per questo il cercatore di cristalli Jacques Balmat fu considerato per molti anni l’eroe del Monte Bianco: non tanto perché aveva raggiunto la cima con il medico Michel Gabriel Paccard, oscurandone l’intelligenza e la volontà, quanto perché, bivaccando involontariamente tra i ghiacci del Grand Plateau nel giugno del 1786, aveva dimostrato che si poteva sopravvivere agli spiriti delle altezze. Era la vittoria sulla notte.

In pochi decenni le guide alpine e le associazioni alpinistiche fanno quello che non è riuscito agli eserciti romani e neppure a Napoleone: conquistano la notte e addomesticano le Alpi. Il rifugio diventa una specie di zattera sicura che galleggia nel mare delle altezze. Sul libro del rifugio, la sera prima della “battaglia”, si confidano ansie, progetti, speranze. Ecco alcune frasi rubate ai libri della vecchia capanna Amedeo di Savoia e del nuovo rifugio Jean-Antoine Carrel, sulla via italiana del Cervino: “La vita è ascesa e conquista” (don Luigi Giordani, 1959); “Gli angeli del Cervino siano guida a chi sale, protezione a chi scende, sostegno a chi cade” (Renato Casalicchio, 1969); “Se la montagna non esistesse, la mia vita non avrebbe alcun senso” (Mario, 1981); “Sono molto vecchio e ancora più stanco” (Jean-Pierre Etienne, 1985).

Nell’intimità del rifugio la fragilità è palpabile, ma l’ansia dell’ascensione resta fuori. Il mondo è ridotto a pochi metri abitati, esclusi dall’universo geografico e psicologico della montagna. Il rifugio assume la funzione di un non-luogo, di un’isola al riparo dall’immensità. Non c’è vuoto all’interno del rifugio, anche la vertigine resta fuori dalla porta. L’incantesimo si incrina in prossimità dell’alba, quando il primo alpinista apre la porta del rifugio ed esce a scrutare le stelle: “È bel tempo, bisogna andare!”. L’incantesimo si rompe del tutto quando gli alpinisti si rimettono in cammino e, con un soffio di vento sulla faccia lasciano definitivamente alle spalle il non-spazio del rifugio, le pigre liturgie della sveglia, gli odori rassicuranti di minestrone e di caffè, i rumori domestici delle stoviglie. Le lancette dell’orologio ricominciano a correre e il cuore riprende a pulsare in cerca di una meta.

Oggi il rifugio è cambiato ancora. Il moderno turismo alpino di massa ha eletto il rifugio a “casa dell’alpinista” (o dell’escursionista) e l’ha trasformato nelle forme e nei significati. Il rifugio ai tempi di Internet è ormai un luogo abbastanza simile agli hotel di fondovalle, con camere, docce, bar, ristorante e grandi vetrate che si affacciano sul mondo esterno. Gli architetti non concepiscono più il rifugio come un romantico spazio di incontro, ma come luogo di passaggio e di commercio, utilizzando materiali, arredi e soluzioni abitative funzionali al turismo intensivo. Soluzioni che guardano sempre più alla valle che sale e sempre meno alla montagna che sta su.

Ma il rifugio resta il simbolo del turismo leggero, rispettoso, colto: il cosiddetto turismo “sostenibile”, o “ecocompatibile”. Innanzi tutto perché di solito ci si sale a piedi, mischiando sudore e curiosità, guadagnandosi un patto di pasta o una fetta di crostata. Poi perché il rifugio si trova nei posti migliori, alti, panoramici, i più lontani dall’inquinamento luminoso delle città e i più vicini alla luce delle stelle. È proprio la notte che fa di un rifugio un vero rifugio, quando il silenzio avvolge la montagna e ci si sente finalmente soli, con il rumore del vento e le voci degli animali.

Il ruolo più autentico e propositivo del rifugio contemporaneo è probabilmente quello del posto tappa, che accoglie e rifocilla l’escursionista alla fine della sua giornata di cammino e gli permette di attraversare montagne, colli, genti, paesi, riconoscendo le comunanze e le diversità dell’ambiente alpino senza mai scendere a valle. Questo è il turismo veramente “capace di futuro”.