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18 Aprile 2020

AGRAP risponde all’articolo “L’estate in montagna senza rifugi”

A commento dell’articolo “L’estate in montagna senza rifugi” di Giampaolo Visetti su “La Repubblica”, AGRAP prende atto delle precisazioni del vice presidente del CAI Montani, ma vuole puntualizzare la superficialità nel suo insieme di questo articolo su una testata giornalistica così importante.

Nell’epoca del Covid19, che sta creando grandi problemi sociali ed economici, sarebbe opportuno non alimentare ulteriori criticità cercando o evidenziando pareri personali. In un momento dove non si sa ancora nulla sulle disposizioni per il settore turistico se non quelle, molto generiche, individuate dall’Organizzazione Mondiale della Salute, è giusto iniziare a pensare come ci si prospetta il futuro ma assolutamente sbagliato avanzare punti fermi in questo momento. Se in tutto il mondo stanno creando comitati per valutare le diverse soluzioni rispetto alle infinite problematiche che si vanno creando, arriverà anche il turno del settore turismo. Facciamo ancora un ulteriore passo in avanti, il mondo dei rifugi è una realtà non rappresentata su tutto il territorio nazionale al punto che la legislazione in materia è regionale. Questo, per la nostra categoria, vuol dire che con questi comitati di esperti ad un certo punto ci dovrà essere un momento di confronto per tarare quelle disposizioni individuate per altre tipologie di strutture. In questo contesto, quando tra i rifugisti ci si sta confrontando sulle possibili modalità di lavoro per quest’estate, arriva questo articolo che rischia di scoraggiare, se non oltre, una parte della categoria menzionando nomi di richiamo. Il mondo dei rifugi è rappresentato non solo dal CAI ma anche da tutta una realtà di privati ed enti: nel solo Piemonte il rapporto è di 1 a 3. Pertanto si rende sempre più indispensabile un confronto a livello nazionale tra le autorità, il CAI e le rappresentanze nazionale e regionali dei rifugi.

Detto questo, i rifugisti sono dei professionisti ed imprenditori, come tanti altri, che non possono permettersi di restare chiusi a priori. Ognuno di noi dovrebbe essere umile abbastanza da esprimersi per le proprie professionalità: il mondo della Montagna non è solo rifugi. Vogliamo piuttosto parlare di frequentazione responsabile e sostenibile da parte dei frequentatori della montagna? Come pensano questi esperti di risolvere le necessità, anche solo fisiologiche, degli escursionisti autosufficienti nelle vicinanze dei rifugi? Veramente i rifugi li chiudiamo semplicemente con una parola ed un colpo di penna?

Come più volte detto in questi giorni difficili da più parti, si auspica che il genere umano in questa pandemia trovi lo spunto per una “ripartenza” all’insegna di una presa di coscienza individuale basata sul rispetto del prossimo innanzi tutto. Tutti noi avremo dei doveri prima ancora di pretendere dei diritti; vogliamo fare un esempio? Qualcuno si è posto come può cambiare l’andare a mangiare fuori? Qualcuno di noi professionisti sì; forse non piacerà particolarmente al futuro cliente, che magari non ha neanche iniziato a pensarci ancora. Il senso è molto chiaro: “L’igiene cessa di essere un diritto del cliente e un dovere del ristoratore. Diventa anche un obbligo del cliente e di conseguenza un diritto del ristoratore.” A ognuno le considerazioni sul significato…

Rendiamoci conto che qui ognuno di noi, causa il Covid19, si è “fatto male” e che per tornare alla “normalità”, qualunque essa sarà, TUTTI dovremo continuare a fare dei sacrifici. Anche il rifugio sarà un luogo diverso da prima, ma i rifugisti sono pronti a mettersi in gioco ed altrettanto sarà richiesto e dovuto da parte di tutti i frequentatori della montagna.